Essere Scott Beattie
Dietro il quarto posto agli Europei di Cross di un atleta di cui con ogni probabilità non avete mai sentito parlare - Off Track #27
Sono circa le 20:30. Il sole è appena tramontato, ma non ce ne accorgiamo; è inizio maggio e ci sono delle nuvole così cariche di cattiveria che pare notte fonda da un pezzo. Per tutto il riscaldamento l’unico pensiero che può scorrere tra i neuroni è sulla pioggia che ci attenderà inesorabile per dodici giri e mezzo di pista da lì a un’ora. Io e Francesco [Guerra], nei nostri quindici minuti di devastante corsetta tranquilla pre-gara, cerchiamo di esorcizzare quei pensieri con qualche battuta, un po’ di ironia su quanto moriremo provando a stare accodati a gente da quindici o venti secondi di record personale migliore del nostro. Dietro la linea di partenza siamo in venti (diciotto più due lepri, di cui una è un Jimmy Gressier spensierato che dopo aver corso 3:34 sui 1.500 metri un’oretta prima si infila in gara - al quale ho chiesto amichevolmente con un francese rigido e scolastico ma una pronuncia di cui vado ancora fiero dalla quinta superiore cosa diamine ci facesse lì, cercando di cammuffare 1 emozione 2 cagasottaggine - per aiutare un compagno di allenamento nel tentativo di correre sotto i 13:20, minimo di partecipazione per gli Europei di giugno); forse troppi, ma anche chissenefrega considerando che io e Francesco dobbiamo tappare ogni senso a nostra disposizione e stare incollati al sedere di chi abbiamo davanti e portare la pelle a casa.
Le folate di vento piegano di almeno trenta gradi gli alberi ai fianchi della pista; dopo il primo allungo con le scarpe chiodate iniziano a cadere le prime gocce di pioggia; cinque minuti dopo per noi, in prima corsia, l’esterno della pista è annebbiato e reso indecifrabile dalla quantità di acqua che ci viene sparata dritta in volto e in schiena dai 30 (? parevano almeno 150) km/h di vento. “In sella alla bersagliera” noi due poveri disgraziati italiani restiamo coperti in coda al gruppo, con un’azione totalmente inutile ma quantomeno rassicurante; abbiamo almeno altri cinque atleti davanti a fare l’andatura - in gara sono lucido (o forse solo talmente invasamento per questo sport da essere eccitato nell’essere dov’ero e con chi ero) e ne riconosco un paio: sono quelli che di secondi ne hanno quindici meno di me, quindi sto facendo una buona gara, pare -, ci preoccupiamo di sopravvivere.
Nella mia apparente e forse eccessiva coscienza di ciò che mi circonda noto che abbandonato a se stesso tra il gruppo di testa (tre folli che parevano disinteressati delle condizioni meteorologiche e che detengono ora i PB di 12:57, 12:55, 12:57 - dei semidei) e il “mio” c’è un ragazzotto dall’andatura solida e furente che pare voler prendersi gioco del fatto che siamo circondati da una tempesta perfetta per rendere qualsiasi competizione che preveda l’uso di gambe e braccia per muoversi il più velocemente possibile in tondo un’attività sterile e vessatoria. Quel ragazzo, con la corsa così disinvolta nel torrente-prima corsia, che veste una canotta Hoka acquarellata blu-verde-arancione talmente oppressa dalla pioggia che pare debba sciogliersi è il mio compagno di stanza durante quei giorni del Meeting National Est Lyonnais 2024. Si chiama Scott Beattie, e domenica scorsa è arrivato quarto agli Europei di Cross a Lagoa, in Portogallo.
Uno dei primi aspetti della vita dell’atleta professionista che impari quando gareggi all’estero è che non sai mai con chi verrai combinato in stanza, solitamente doppia. E quindi uno dei primi aspetti della vita dell’atleta professionista che impari quando gareggi all’estero è che puoi beccarti chiunque in camera, dal kenyano che fa le videochiamate per cinque ore di fila e non spiccica mezza parola in inglese all’irlandese che fa qualsiasi cosa senza mai togliersi le scarpe e non spiccica mezza parola (in inglese, perché non ha voglia), fino ad un loquace ragazzo di Newcastle con un meraviglioso e misterioso accento Geordie che cerca teneramente di ammorbidire quando parliamo di calcio (mentre lui guarda una partita del Newcastle United, io il Giro d’Italia), ovviamente di atletica e di cose profetiche tipo “speriamo domani non piova”.
Comunque, Beattie, il Geordie di cui cui sopra, ha la sfiga (o la fortuna, che alla fine in questo caso portano allo stesso identico risultato) di essere nato in Gran Bretagna: uno dei luoghi in Europa più professionalizzanti e culturalmente adatti per fare atletica leggera, ma allo stesso tempo uno dei più competitivi, crudeli e cinici che ci siano. Quindi, se Scott Beattie non fosse nato nel Nord-Est dell’Inghilterra ma nell’Italia nord orientale, mettiamo a Portogruaro, ora sarebbe osannato come uno dei più grandi mezzofondisti della storia del nostro Paese; mi viene da pensare che con ogni probabilità se fosse nato a Portogruaro o a Latisana o a San Stino di Livenza difficilmente sarebbe arrivato dov’è ora (13:04.99 sui 5.000 metri: meglio di Panetta, Antibo, Cova, Mei).
Nel corso dell’ultimo anno ho sviluppato una sorta di ossessione platonica nei confronti di Beattie e del suo gruppo di allenamento - il Team Makou di Hoka che comprende altri quattro atleti e due atlete di livello internazionale. Penso sia una questione legata a rispecchiabilità e rappresentatività, tangibilità e vicinanza, una somiglianza anche solo immaginaria, imaginifica. Dovrei inventare delle parole, e forse lo sto già facendo, per descrivere quello che si prova a vedere un proprio simile o qualcuno che si ritiene tale riuscire in imprese a cui si aspira, che si idealizzano come risultati di una carriera, di una vita, esistenziali. Non esagero se dico che da quando ho conosciuto Beattie ormai più di un anno e mezzo fa l’ho seguito con una passione totalmente fuori luogo, sproporzionata e imbarazzante, che nella maggior parte dei casi ho tenuto per me e in quei pochi casi di esternazione plausibilmente non ero abbastanza lucido da poter anatomizzare le reazioni di chi si trovava nel mio vortice di pensieri superflui e mai richiesti; con ogni probabilità scocciate o allibite o pietose o tutte insieme.
Non esagero perché un anno fa non vedevo l’ora di potergli augurare “buona fortuna” nella zona di riscaldamento prima degli Europei di Cross ad Antalya, in Turchia; ero genuinamente entusiasta per lui per il fatto che fosse lì e fosse pronto a giocarsi un posizione in Top-20/15/10, io ero lì solo per diventare un numero qualsiasi dietro quelle posizioni per darne il giusto peso (ci dev’essere pur qualcuno che arriva 50esimo o 60esimo, no?). Invece vedo la squadra britannica passare il check-in (agli eurocross si deve entrare sempre tutti insieme in call room) e Scott Beattie non c’è. Inutile che cerchi di spiegare qui la delusione, verrei preso per pazzo. Subito dopo la gara (e con subito intendo circa 300 secondi dopo essere arrivato) ho cercato di farmi spiegare da un suo compagno di squadra (credo Rory Leonard che quel giorno ha chiuso nono(!!!) e penso avesse altro a cui pensare in quel momento ed è stato turbato dalle mie ossessioni) che fine avesse fatto Beattie. «Passport problem» è l’unica cosa che riuscii a carpire dal farfugliamento in qualche strano dialetto dello Yorkshire. E qui la spiegazione veloce è che Beattie non ha nemmeno potuto lasciare l’Inghilterra perché il suo passaporto scadeva ad aprile 2025 e per entrare in Turchia è richiesto che non scada prima di 150 giorni dalla data di partenza. Provate solo a immaginare cosa significhi una cosa simile.
Nella più classica rappresentazione atletica della Legge di Murphy nello stesso periodo, dicembre 2024, si fa male ad una caviglia e ferma gli allenamenti di corsa per circa un mese. A inizio gennaio riprende con le celeberrime sessioni di threshold (o soglia se ci si vuole sentire meno mitomani), a metà febbraio ricomincia a gareggiare indoor, il 22 febbraio corre un 5.000 metri indoor in 13:04.99 che mi ha travolto e penso abbia travolto un po’ tutti. Quindici secondi di record personale, ottavo UK di sempre, minimo B (…) per i Mondiali (a cui non andrà, perché ricordiamolo è nato a Newcastle upon Tyne e non a San Donà di Piave). Quel momento per me è stato idilliaco; se ce l’ha fatta lui, corsa bassa e stantuffata, spalle immobili e braccia meccanicizzate e composte a qualsiasi ritmo, mullet scompigliato ma tutto sommato sobrio, orecchino e piercing, tatuaggi sulle braccia e baffo adolescenziale, collana e anello argentati sempre indosso, se ce l’ha fatta lui ce la posso fare anche io, giusto?
Non sto qui a fare la cronistoria della sua ultima stagione (in cui non è riuscito a ritrovare la forma di febbraio) o della sua carriera. Ovviamente ora - ma già lo scorso inverno - fluttua in una dimensione atletica ben diversa dalla mia attuale, o di un anno fa prima delle operazioni chirurgiche e non sto qui ad elencare le mie sfighe che ci vuole un’enciclopedia. Forse non avrebbe dovuto stupirmi quando, dopo aver vinto le selezioni UK per gli eurocross, ha ammesso di aspettarsi di lottare per una medaglia e che si va bene la Top-10 è bella ma vuoi mettere farsi la doccia dopo la gara, vestirsi con la divisa da cerimonia, aggiustare il mullet e salire sul podio con i migliori d’Europa?
Invece il titolo di Athletics Weekly - importante magazine di atletica leggera del Regno Unito - della sua intervista “Scott Beattie gunning for a medal at European Cross Country Championships” mi ha lasciato inizialmente interdetto. Prima cosa quanto è bella la parola gunning che qui è tipo puntare, andare a caccia, ambire; seconda cosa sono un pirla io, questo ha 13:04 e ha appena vinto per distacco i Trials in uno dei Paesi più competitivi per il cross-country che ci sono in Europa. Nella mia illusione di essere - ancora? - simile a lui mi sono ritrovato a non vedere chiaramente che quello ora è il suo ruolo: lottare per una medaglia continentale.
Allo stesso tempo non ero pronto a vedere QUEL finale lì.

Più che un tracciato da corsa campestre quello di Lagoa somigliava più ad un percorso di una gara di BMX; curve a gomito, controcurva a gomito, controcontrocurva a gomito, serie di dossi, curva, salitella, discesa; tutto su terriccio sabbioso con qualche tratto d’erba, pochi, come nella foto sopra e in un altro tratto di discesa-curva-salita. Quindi un tracciato tecnico, con continui cambi di ritmo e pochi rettilinei dove “poter correre”; infatti il ritmo non è infernale in termini assoluti (i primi ci hanno messo circa 22 minuti su circa 7.5km di gara quindi poco più forte di 3’/km - contro i circa 2’50”/km della scorsa edizione per dire), ma diventa un ritmo micidiale considerato il numero di cambi di direzione, il casino per prendere posizione e cose di questo genere. Beattie queste condizioni le gestisce bene, sempre ampiamente in controllo nelle prime dieci posizioni; a metà gara non riesce ad agganciarsi al treno dei primi due (che rimarranno tali Ndikumwenayo-Gressier), a quel punto è gunning for the bronze.
Nell’ultimo giro, di cinque, Beattie realizza che l’unico atleta in grado di tenere il suo ritmo è lo svizzero Dominic Lobalu1, nientemeno che il campione europeo in carica dei 10.000 metri e bronzo europeo dei 5.000 metri (oltre che quarto ai Giochi di Parigi sui 5.000). Del resto la situazione in cui si trova Beattie è quella che lui auspicava e che io ritenevo quantomeno un azzardo; non si accontenta di poter dire di aver lottato, non è intimorito dai quindici secondi di differenza tra il suo PB e quello di Lobalu - che detiene pure il secondo tempo di sempre in Europa sulla 10km su strada ad un secondo dal record dello svedese Almgren. A 500 metri dalla fine è lui che tenta l’allungo, e qualche metro sembra prenderlo dopo la 394 curva a gomito del percorso; in quel minuto scarso prima dell’arrivo non ci è dato sapere cosa succede, le telecamere si fissano sulla lotta tra i primi due, dieci secondi dopo staccano sull’ultima (ancora!!) curva, ad una cinquantina di metri dal traguardo.
Il terreno improvvisamente muta pelle, dal gravel si passa ad un’erbetta che pare finta da quanto è curata (probabilmente lo è). La curva ha un angolo tutto sommato morbido, ottuso, ma è insidiosa per il cambio di pendenza breve ma intenso; la volata secca parte lì, e il cartellone pubblicitario giallo che la incornicia a sinistra degli atleti ha una scritta blu scura premonitrice, beffarda: Le Gruyère, Switzerland. Beattie affianca Lobalu con una foga tale da scomporsi completamente, le spalle oscillano fino a far prendere una forma ondulata al suo busto talmente innaturale e ne perde il controllo; le ginocchia seguono linee improbabili dopo 7.400 metri di gara, le braccia cercano di fendere l’aria con movimenti istintivi fino al contatto gomito-gomito con l’avversario. I due arrivano con lo stesso identico tempo, 22:23; Beattie sulla linea d’arrivo inciampa e rotola per cinque metri. Sapete com’è andata a finire.
Su Instagram Beattie commenta così:
Threw the kitchen sink at a medal (literally), came up short by the smallest of margins. Proud of the effort and proud of the belief. Put myself in it from the start and ran confidently. 4th at Euro Cross, will be back
La traduzione letterale non aiuta, e non aiuta il fatto che usi impropriamente “letteralmente” dopo aver utilizzato dopo un’espressione figurata. Ovviamente non ha letteralmente lanciato un lavello della cucina per una medaglia, significa essenzialmente che ha utilizzato ogni mezzo a sua disposizione per una medaglia e l’ha persa con il più piccolo dei margini possibili. Ne esce con il migliore dei risultati possibili, quello di cui il passaporto l’anno scorso lo ha privato: la convinzione nei propri mezzi, in se stesso e in quello che può fare. Zero retorica, niente di più vero per uno che si è giocato una medaglia con uno dei migliori mezzofondisti al mondo.
Ho voluto dedicare questa improbabile newsletter ad un ragazzo come Scott Beattie per fare in modo, nel mio piccolo, che si sappia di lui, di cosa è stato in grado di fare, di cosa è in grado di fare. Nella speranza di trascinarvi con me nella piccola ossessione per Beattie e il Team Makou, per quello che riescono a fare dei ragazzi all’apparenza normali, con umiltà e leggerezza, con enormi ambizioni ma altrettanta spontaneità, che hanno seguito un percorso di crescita graduale, logico e paziente. Ragazzi che hanno la fortuna di essere nati nello Yorkshire o sulle rive del Tyne, ma che hanno anche la sfiga di essere nati da quelle parti, oscurati da nomi più prolifici e visibili come Wightman, Kerr o Mills.
Il giorno in cui conobbi Scott Beattie sotto un ingestibile diluvio di inizio maggio a Lione mi dimostrò quanta forza di volontà abbia per raggiungere ciò che ha in mente; quel giorno fu uno dei pochi, forse l’unico, a fare record personale. Domenica l’ha dimostrato ancora una volta, e quei pochi centesimi che lo hanno privato di una medaglia di bronzo mi hanno fatto incazzare da morire; lui ne è uscito (oltre che incazzato probabilmente - auspicabilmente se no sono pazzo davvero - più di me) con il sorriso e la consapevolezza di quale atleta sia diventato. Quindi: tenete d’occhio Scott Beattie.
Come al solito, grazie per aver letto fino a qui. Le pubblicazioni iniziano a non avere più una cadenza precisa o un giorno della settimana preciso. Forse non farà del bene alla diffusione della newsletter, ma mi sento più sereno a scrivere quando sento davvero qualcosa da dire, magari di originale. Spero sia stata una di quelle volte.
Alla prossima!
Un abbraccio
Jacopo
Rifugiato sudsudanese con una storia straordinaria, magari capiterà di parlarne






Makou Madness 👌🏾
la danza nella pioggia😍